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Quando il Mondo è Offeso, basta un buon libroBarbara Pietroni

A due passi dall’Arco della Pace, una libreria che è anche un caffè letterario

Libreria del Mondo Offeso, a Milano.

Libreria del Mondo Offeso, a Milano.

 

Il mondo non trotterella certo di gioia 24 ore su 24 e 365 giorni all’anno. Un po’ offeso, in effetti, lo è. E ha le sue buone ragioni, perché molte cose potrebbero migliorare. A cominciare da ciò che decidiamo di leggere, mangiare e, soprattutto, condividere. Perché “tutti soffrono ognuno per se stesso, ma non soffrono per il mondo che è offeso, e così il mondo continua a essere offeso” (Elio Vittorini).

Quando si entra in questa libreria ci si sente subito a casa ed è facile capire il perché. Qui la ricetta per curare il mondo offeso l’hanno trovata. I libri vengono scelti con cura, ogni volume (di narrativa italiana del ’900 per lo più, ma anche di  letteratura straniera, teatro, cinema, eccetera) è tutt’altro che un oggetto commerciale, è un piccolo consiglio prezioso della proprietaria Laura, che ha investito energie e passione in questo progetto culturale di aggregazione. Sì, perché la Libreria del Mondo Offeso non è solo una libreria.

Si può partecipare a incontri in cui si parla di musica, politica, letteratura. Il sabato, poi, c’è il momento della rassegna stampa per chi vuole confrontarsi sulle notizie della settimana. E se mettere in moto gli ingranaggi del cervello vi fa venire un languorino allo stomaco, sappiate che potrete scegliere food & drink equosolidale. Buono al palato e buono per iniziare a migliorare il mondo.

Info. Libreria del Mondo Offeso, via Cesare Cesariano 7, Milano, Tel. +39 02 36520797, www.libreriadelmondooffeso.it, orari: 8-22 (tutti i giorni, domenica chiuso).

AGEVOLAZIONI FISCALI PER I LIBRI :

19% DA DETRARRE

 “Una decisione davvero importante e soprattutto una svolta per la lettura in Italia”. E’ grande la soddisfazione del presidente dell’Associazione Italiana Editori (AIE) Marco Polillo all’annuncio della misura di agevolazione pari al 19% sui libri fino a 2mila euro (mille per i libri in generale, mille per i libri scolastici e universitari) per i prossimi tre anni.

“Questo è più di un semplice segnale da parte del Governo e del premier Letta. Questo è un fatto importante, anche perché va nella direzione delle richieste come Associazione – ha continuato –. E’ un modo concreto per aiutare non solo il nostro mondo, le librerie e la filiera ma tutto il Paese a crescere, riscoprendo il piacere della lettura e cercando così di invertire la triste tendenza rispetto all’imbarazzante primato Ocse che ci vede agli ultimi posti nella comprensione dei testi e in fondo alle classifiche dei Paesi che leggono di più”.

“Investire – come ha fatto oggi il Governo – sui libri, da quelli per ragazzi a quelli scolastici e universitari, da quelli di narrativa alla saggistica, significa – ha proseguito il presidente degli editori italiani – aver scelto di scommettere davvero sulla centralità dei libri, e quindi della cultura, nella crescita – sociale ed economica – del Paese”.

“Grazie in primis al ministro Bray, che sta pervicacemente impostando un piano per la promozione della lettura che – sono certo – porterà i suoi frutti. Grazie al ministro Zanonato,  grazie al premier Letta e a tutto il Governo che – ha concluso Polillo – stanno dimostrando oggi agli italiani che l’investimento in lettura non è un lusso”.

Milano, 13 dicembre 2013

http://www.tripadvisor.com.au/Attraction_Review-g187849-d4552459-Reviews-Libreria_del_mondo_offeso-Milan_Lombardy.html

ARTICOLO DI ERRI DE LUCA:

Euridice alla lettera significa trovare giustizia. Orfeo va oltre il confine dei vivi per riportarla in terra. Ho conosciuto e fatto parte di una generazione politica appassionata di giustizia, perciò innamorata di lei al punto di imbracciare le armi per ottenerla. Intorno bolliva il 1900, secolo che spostava i rapporti di forza tra oppressori e oppressi con le rivoluzioni. Orfeo scende impugnando il suo strumento e il suo canto solista. La mia generazione e scesa in coro dentro la rivolta di piazza. Non dichiaro qui le sue ragioni: per gli sconfitti nelle aule dei tribunali speciali quelle ragioni erano delle circostanze aggravanti, usate contro di loro.
C’è nella formazione di un carattere rivoluzionario il lievito delle commozioni. Il loro accumulo forma una valanga. Rivoluzionario non è un ribelle, che sfoga un suo temperamento, è invece un’alleanza stretta con uguali con lo scopo di ottenere giustizia, liberare Euridice.
Innamorati di lei, accettammo l’urto frontale con i poteri costituiti. Nel parlamento italiano che allora ospitava il più forte partito comunista di occidente, nessuno di loro era con noi. Fummo liberi da ipoteche, tutori, padri adottivi. Andammo da soli, però in massa, sulle piste di Euridice. Conoscemmo le prigioni e le condanne sommarie costruite sopra reati associativi che non avevano bisogno di accertare responsabilità individuali. Ognuno era colpevole di tutto. Il nostro Orfeo collettivo e stato il più imprigionato per motivi
politici di tutta la storia d’Italia, molto di più della generazione passata nelle carceri fasciste.
Il nostro Orfeo ha scontato i sotterranei, per molti un viaggio di sola andata. La nostra variante al mito: la nostra Euridice usciva alla luce dentro qualche vittoria presa di forza all’aria aperta e pubblica, ma Orfeo finiva ostaggio.
Cos’altro ha di meglio da fare una gioventù, se non scendere a liberare dai ceppi la sua Euridice? Chi della mia generazione si astenne, disertò. Gli altri fecero corpo con i poteri forti e costituiti e oggi sono la classe dirigente politica italiana. Cambiammo allora i connotati del nostro paese, nelle fabbriche, nelle prigioni, nei ranghi dell’esercito, nella aule scolastiche e delle università. Perfino allo stadio i tifosi imitavano gli slogan, i ritmi scanditi dentro le nostre manifestazioni. L’Orfeo che siamo stati fu contagioso, riempì di sé il decennio settanta. Chi lo nomina sotto la voce “sessantotto” vuole abrogare una dozzina di anni dal calendario. Si consumò una guerra civile di bassa intensità ma con migliaia di detenuti politici. Una parte di noi si specializzò in agguati e in clandestinità. Ci furono azioni micidiali e clamorose ma senza futuro. Quella parte di Orfeo credette di essere seguito da Euridice, ma quando si voltò nel buio
delle celle dell’isolamento, lei non c’era.
Ho conosciuto questa versione di quei due e del loro rapporto, li ho incontrati all’aperto nelle strade. Povera è una generazione nuova che non s’innamora di Euridice e non la va a cercare anche all’inferno.

UNA BARCHETTA IN MEZZO AL MAR

Facciamo un gioco: raccattiamo da qualche parte un barcone in smantellamento e ci mettiamo sopra Napolitano (ops, che dite? Non si può toccare? Per meriti sconosciuti l’hanno fatto santo?), la Turco, Bossi e anche Fini (bisognerà cercarlo però, perché nessuno sa dov’è finito). E già che ci siamo anche una nutrita rappresentanza di razzisti nostrani d’ogni specie, dai più rozzi e beceri ai più equivoci e “raffinati”. Insomma facciamo una novella ARCA delle sottospecie più schifose dell’umanità e mettiamola in mezzo al mare. Facciamola navigare. A questo punto chiediamo aiuto al Dio creatore, visto che abbiamo delle aderenze col nuovo Papa che sta dalla nostra parte, e raccomandiamogli di scatenare una tempesta. Ma di quelle buone, non all’italiana. Di quelle, che ne so?, tipo Katrina, non un venticello buono solo a spettinare un po’ i capelli. Condiamola con una spruzzatina di tuoni e di saette e vediamo che faccia fanno i nostri eroi in mezzo al mar. Si cagheranno sotto? Fa niente, tanto la puzza è sempre la stessa. Nessuno di loro sa nuotare? Ben gli sta. E noi, da un’oasi di pace distesi in una sdraia sotto un ombrellone sorseggiando una bibita gelata, stiamoli a guardare. Ma con distrazione, così senza alcuna partecipazione. Solo uno sguardo veloce mentre, loro, annaspano per non andare in pasto ai pesci. Chissà cosa penseranno in quei momenti? Ci malediranno? Ci scommetto. E noi di rimando: avranno un contratto di lavoro? Conosceranno l’italiano? Penseremo tra una sorsata e l’altra della nostra bibita gelata. E no, senza lavoro tutti a casa loro! Ma che discorsi, li dobbiamo mantenere? Ma che c’abbiamo scritto in fronte? Jo Condor? E se qualcuno provasse ad obiettarci che quegli esseri fuggono dalla fame e dalle guerre noi potremmo sempre dire: ma che colpa ne abbiamo noi? L’hanno volute loro! Sono barbari incivili, così imparano. Si rimboccassero le maniche e si mettessero a lavorare come facciamo noi in Brianza. La smettessero di scannarsi come fanno gli animali. E allora? Sempre quel qualcuno ci potrebbe ancora domandare. Allora che? Noi siamo esseri civili, non ci possiamo mischiare. Alziamo muri alti fino al cielo e se anche questo non bastasse prendiamoli a cannonate, così imparano a darsi da fare e a restare a casa loro. E se per caso, ma è solo un’ipotesi, arrivassero sotto forma di cadavere sulle nostre spiagge mentre noi al sole mostriamo le nostre chiappe chiare, noi di certo non gli negheremmo un sacco nero e qualche parola d’umana commiserazione. Se poi la cosa apparisse grave anche una bella preghierina sarebbe d’obbligo e qualche lacrima di certo non eviteremmo di versare. Ma cos’è questo, un sogno? Oppure… Si, sarebbe l’ora che questo “oppure” diventasse una realtà. Sarebbe l’ora che la rabbia diventasse azione, rivolta, mobilitazione. Sarebbe l’ora d’incazzarci veramente di fronte all’indifferenza e alla falsa pietà seminata a piene mani. Sarebbe ora, finalmente, che di fronte a tutti quei sacchi in fila dove sono chiusi i nostri fratelli mort’ammazzati, i veri responsabili li buttassimo a mare.

LA VOLPE E L’UVA

 “Tanto non è matura! E allora teniamoci quello che passa il convento.” Questo è quello che gridano al vento i nostri “sinistri” pensando che così facendo, col loro fiato d’aglio o di cipolla fate voi, si gonfiano le nostre vele verso una meravigliosa e progressiva sorte. Ma sanno che l’uva è buona, dolce e saporita? Sanno che ognuno di quegli acini contiene un nettare del Paradiso che può regalare un attimo di felicità al nostro povero palato ormai assuefatto ai sapori del Grande Supermercato? Se l’uva non è matura, di certo (o probabilmente, perché il dubbio è di dovere) lo sarà! E allora perché rinunciare anche all’acquolina in bocca?

E se qualcuno (mettiamo caso il sig. Tronti), organico ad un partito davvero insospettabile d’avere grilli per la testa, strombazza che “… la sinistra dovrebbe coltivare qualcosa che va al di là del presente, ricostruire una narrazione, ma io preferisco dire visione, di quel che può esistere dopo la forma sociale e politica del mondo che abbiamo” che gli diciamo? Che è uscito di capoccia? Che si deve far ricoverare? E a quell’aspirante sindaco di Genova (Ricordate? Quello col naso storto, quello che era anche un poeta sopraffino) che gli abbiamo detto quando s’era permesso d’affermare, citando Walter Benjamin, che l’unica soluzione per ripartire era l’odio di classe e che bisognava ripristinare la pratica dell’insulto per riaffermare la verità di fronte alla mistificazione dilagante? Estremista! Ecco cosa gli abbiamo detto. Si, intellettuale avanguardista, novello brigatista! Invece noi, facendo un bel coretto con Landini e Rodotà (ullallà!), noi che non abbiamo perso ancora il lume della ragione, noi che ci piace la politica “politicata” e meno gli intellettuali piccolo borghesi che gridiamo? Viva, viva la Santa Costituzione! E magari ce la pigliamo (perché è fuori dalla Legge) anche con qualcuno che ha avuto l’ardire, io direi il coraggio,  d’affermare che nella lotta (mettiamo, ma così per caso,  in Val di Susa) è “legittimo” anche il sabotaggio.

“La cosiddetta sinistra dei diritti, maggioritaria oggi. Quella che si limita a difendere un certo elenco di diritti civili, presentandoli come valori generali. Finisce per essere un intellettualismo di massa, un consolatorio scambio al ribasso. Basta qualche battaglia contro l’immoralità e ti senti a posto dentro questa società”. Ma che fa? Insiste ancora quel signore fuori di capoccia? Ma pensa tu! E se questo signore assai poco coerente, invece, avesse ragione? E se i nostri “sinistri” della Santa Costituzione avessero torto marcio? È un’ipotesi, non vi pare? Ma è il minimo sindacale! Qualcuno mi potrebbe urlare dietro. Certo. Appunto è proprio il minimo sindacale. È indiscutibile che è meglio una società d’onesti, chi lo nega?, che una congrega di farabutti e di ladroni! Ma che abbiamo risolto? In quella società al massimo ci sarà un padrone onesto, un operaio onesto, un precario onesto e perfino un parlamentare onesto… e allora? Dove sta il cambiamento? Il problema non è nell’aggettivo bensì nel sostantivo. C’è qualcuno (che non a caso prima faceva il gran buffone) che questo mestiere lo sa fare bene e non fa altro che dindondare di qua e di là da tutti i campanili del paese. E si piglia una svalangata di voti perché parla alla pancia della gente (ed è pericoloso perché per questo qualcuno tutti sono uguali, non c’è la parte, c’è solo l’astrazione dalla propria condizione). E che dire di quel giornale di pettegolezzi politici che su questo s’è costruito il suo successo?  Allora lasciamo ad altri questi argomenti e torniamo ad essere realisti: pretendiamo l’impossibile! E torniamo a parlare alle menti della “nostra” gente (notare l’aggettivo perché la società non è una marmellata indistinta di persone senza arte e, tanto meno, senza parte) lasciando alla pancia in compito per cui è nata: quello di digerire e poi cagare.

 Non può essere che questa la piattaforma per ricostruire una sinistra. Cos’è che muove la coscienze della gente? Io mi chiedo. La realtà o il sogno? Io non ho dubbi. Avete visto il nuovo corso della Chiesa? Per superare la sua crisi sta ridisegnando la propria idea di società, più giusta, più solidale e con annessa pomposa liturgia. Perché non impariamo da loro? Diventiamo tutti Papa Boys! Ma il crollo d’un muro ha seppellito tutti i nostri sogni. Qualcuno mi può obiettare. È vero. Meglio, vuol dire che quei sogni erano soltanto incubi. Ma quando andiamo a dormire noi, inevitabilmente, continuiamo a sognare. E allora via! Insistiamo. Riproviamo. Sperimentiamo. Lottiamo. Non sappiamo da dove partire? Ma che dite? Ce ne siamo dimenticati? Ne abbiamo di cose. Partiamo dalla critica radicale del presente, come qualcuno c’ha insegnato qualche secolo fa e anche dalle sconfitte del secolo breve. E come lo chiamiamo questo sogno? Come vi pare. Che importanza ha?  Se il suo nome non ci piace più perché ha perso chiamiamolo pure Giuseppe tanto è la stessa cosa. Ma non diciamo che l’uva non è matura e quindi c’accontentiamo di quel che c’è.

Ma ho paura che non ci capiamo. Ho paura che i nostri tempi siano differenti e differenti siano anche gli orizzonti. C’è chi pensa all’oggi e chi al domani. Io ritengo, però, che solo il domani dia senso all’oggi. Altrimenti mettiamo in conto solo un’aggiustat(ina), un lifting, una liposuzione, una ripulit(ina). Di conseguenza anche i linguaggi s’aprono in una forbice d’incomunicabilità perché non partono dallo stesso vocabolario. È per questo che, forse, il linguaggio oggi più consono diventa quello della letteratura (per non dire della poesia) perché lui solo è in grado di dar corpo al sogno.

Adesso, allora, tanto per concludere vi sparo la mia morale: io il 12 di ottobre non andrò a Roma ma rimarrò a dormire. Hai visto mai che riuscirò a sognare? Al massimo, se qualcuno me lo chiede ma non credo perché io sono solamente un piccolo e umile untorello, metterò una firma su una petizione perché, appunto, non mi voglio sottrarre (Dio me ne guardi!) al minimo sindacale.

Marco Bocciarelli

E di nuovo mi ritrovo catapultato, chissà perché, in un altro tempo. Ecco allora che, come per miracolo, siamo al lido di Volano. La vecchia megera, in mezzo a continue lamentele che ormai mi hanno stancato da un bel pezzo, mi mostra il mio sontuoso appartamento: una baracca di legno sgangherata piantata sulla spiaggia che, del mare, aveva una meravigliosa vista. Quattro assi in croce e dentro un letto ad una sola piazza. E nemmeno una finestra.

Dov’è il cesso?

Le chiedo, sospettoso.

E se mi scappa?

Vai dietro a quella frasca.

Lei mi risponde con malcelata soddisfazione. Si vede lontano un miglio che è ben felice della mia disagiata sistemazione. Ed io sopporto. Loro avrebbero dormito nella casa al mare sempre fatta di quel nobile materiale. Al momento m’accontento anche se in seguito scoprirò che la mia magnifica magione è il punto di ritrovo delle zanzare di tutto il litorale. Ma dico io, in tutto quel vasto territorio che si confonde tra terra e mare proprio il quella catapecchia si dovevano dare convegno le zanzare? Non potevano trovare un altro posto un pò più ameno dove andare? Col passare dei giorni, però, dopo un lungo parlamentare ed un’estenuante trattativa, stringo un’alleanza: se si astengono dal pungermi io mi asterrò, per contrappasso, da schiacciarle col guanciale. Dopo essermi alla meglio sistemato comincio a parlare col nostro candidato.

Dobbiamo organizzare una serie di comizi in giro pei paesi. Gli dico.

E dai, invece, che mi racconta delle sue gloriose gesta. Io le ascolto perché… altro non mi resta. Ma penso

Quel tempo ormai è passato, perché mi ammorba con quegli avvenimenti di cui ormai nessuno si ricorda?

Ad un certo punto poi, chissà per quale ragione, mi racconta di sua madre.

No, ti prego candidato, risparmiami l’Edipo, abbiamo altro a cui pensare.

Ma… non c’è niente da fare. Allora mi predispongo, e a malincuore, all’ennesima storiella. Ad un certo punto, però, la storia che racconta mi prende e m’appassiona e ascolto quello che ha da dire il vecchio partigiano.

Mia madre, racconta, era una popolana.

Che altro poteva essere? Commento contrappuntando.

Viveva a Goro dopo che la guerra precedente le aveva portato via il marito sulle trincee.

Mi dispiace.

Per campare pescava le anguille di straforo nelle valli.

Faceva bene.

E aveva una mula con la quale trasportava la legna, anch’essa rubacchiata, per il camino.

Il freddo è una brutta bestia, era costretta.

Ma era uno spirito libero e ribelle.

Per fortuna.

Il Regime lei non lo sopportava.

Brava!

I fascisti, diceva, erano stupidi e prepotenti ed erano al servizio dei padroni.

Aveva ragione.

La vuoi smettere di commentare le mie parole? Mi rimprovera il candidato e continua

Allora, quando più non li reggeva, dipingeva con la vernice rossa la sua mula e la faceva camminare per la strada principale del paese.

A questo punto io sono costretto a tacere.

Al collo le metteva un grande fiocco nero perché l’aveva visto ad un anarchico di passaggio con cui era entrata in simpatia. Ma ogni volta il federale la faceva incarcerare e veniva rinchiusa nelle prigioni di Codigoro. Ci restava poco e presto la lasciavano andare perché, in fondo, era una donnetta inoffensiva. Che male poteva fare? Ma non faceva tempo a tornare al suo paese che riprendeva la mula, una bella pitturata e via per il paese a fare una passeggiata. La mula, così conciata, eccome se si dava delle arie! Era orgogliosa non tanto del suo colore artificiale quanto del grande fiocco nero che portava al collo.

Insomma, com’è come non è, mi dice il candidato che sua madre ha passato tutto il ventennio facendo la spola tra Goro e Codigoro con trasporto, vitto e alloggio a carico del Regime, alè!

Però! Esclamo. Non è brutta la storiella. Ma adesso veniamo al dunque che c’è da fare!

Saluto la mia bella macchinetta, l’accarezzo sulla testa e lei, tutta soddisfatta, mi fa pure un complice occhiolino con un fanale. Sono commosso, si. Mi vuole bene, non c’è niente da dire.

Ripartiamo, le dico. E tu, buffone mio compare, che aspetti ad entrare? Ripiega quelle ali, forza che c’ho fretta.

E subito siamo in strada. Dopo qualche chilometro arriviamo a Ferrara. Una freccia sbilenca e arrugginita ci indica la direzione che porta al mare e una sterzata brusca ci immette nella strada provinciale per Codigoro.

Non posso di certo sbagliare! Mi dico.

Arrivato ad un certo punto la strada e il fiume si tengono per mano. Procedono per chilometri l’uno di fianco all’altro passeggiando come due teneri amanti. Il rumore delle macchine e quello dell’acqua che scorre placida e beata si mischiano come fossero intimi umori. Fanno all’amore. Da quest’affetto promiscuo io rimango affascinato tanto è intenso e delicato. Allora, come per incanto, ormai pacificato, mi fermo in un bar a prendere…

Un caffè? Direte voi.

Sbagliato, vi ho fregato.

Ordino un gelato al mandarino e mi siedo ad un tavolino. E mentre gusto il mio gelato cerco di pensare alle sorti del papato, ad un uomo che suona il suo violino, al debito dello Stato, allo scioglimento dei ghiacciai, al volo degli uccelli migratori e al duro lavoro dei minatori.

Ma…  perché lo faccio? Mi domando.

Allora lascio stare. Poi m’accorgo che seduto accanto a me c’è un uomo che legge il suo giornale. Lo tiene davanti a sé fissandolo in un modo innaturale. Sembra una statua di cera. Nemmeno un muscolo che si muove.

Respira? Mi viene da domandare.

È un tipo in carne, è tonico, muscoloso e a prima vista può sembrare anche bello. Ha il volto ben rasato e in testa, calcato fino agli occhi, porta un cappello. Mi alzo, faccio un giro, mi avvicino alle sue spalle e poi, di scatto, opplà!, salto di lato. Nessun segno di vita. Il suo sguardo è sempre lì inchiodato. Allora mi piego sul suo viso per vedere almeno se respira. Niente. Non si muove. Mi ritraggo e lo guardo da un poco più lontano. Niente. Giro dall’altra parte e faccio un cenno di saluto. Ancora niente. Allora…

Bum!

Gli faccio per vedere se reagisce. Niente, tanto per cambiare. Allora, come ultimo tentativo, chiamo il mio angelo custode

Vieni qua ho bisogno d’un favore, e dai, fatti vedere! Gli dico.

Penso che di fronte ad un essere così bislacco con le ali attaccate con lo spago sulle spalle quell’uomo che legge il giornale non può rimanere indifferente. Invece…

Basta, è troppo, è inutile che insisto.

Volto le spalle e me ne vado. Solo a quel punto lui gira lentamente lo sguardo senza muovere la testa. È solo un attimo, un accenno perché poi ritorna a fissare il suo giornale.

Che tipo! Esclamo. Da dov’è sbucato?

Prima d’andarmene, però, guardo la data di quel giornale: è quella di sei mesi fa. Chissà perchè? Ma non ci sto tanto su a pensare. Torno dalla mia bella due cavalli che ritrovo offesa, anche lei avrebbe gradito un bel gelato. L’avrebbe desiderato al gusto d’olio di motore.

Quante storie! Le dico. Per così poco? Me ne sono dimenticato!

E poi…

Chi t’ha detto che quel gusto sopraffino in quel bar l’avrei trovato? Quindi adesso basta con i capricci e ripartiamo.

Lei, riluttante, si mette in moto e attende che le indichi la via.

Ed io? Mi chiede l’angelo custode.

Tu che cosa?

Anch’io avevo voglia d’un gelato.

Ma senti questo! Che pretese! E… che gusto avresti preferito?

Vediamo… al gusto della Comune di Parigi!

A che? Che gusto è?

Sei sordo? Mi risponde. Non hai sentito?

Ma lascia stare, saltimbanco! Smetti di prendermi per il culo, io gli dico.

E poi taccio.

Sei cattivo ma, vedrai, prima o poi te la farò pagare. Mi risponde frignando.

Ma io me ne frego della sua minaccia e ancor di più delle sue lacrime salate (peggio per lui) e torno a pensare al mare che mi aspetta.

Felice e sfruttata?

Come un cornuto Teresa che tutti chiamano Tesoro ci ripensa e le sboccia in bocca, istantanea,  una domanda.

Ma che stai berciando?

Non ci badare, le rispondo, te lo dico un’altra volta tanto tu  non lo capiresti. Ma… ancora non mi hai detto come ti sei accorta di aver perso quel talento da te tanto agognato.

Me l’hanno detto.

Chi?

Come chi? Volta e Gabbana! Non ci servi più, fuori dai coglioni, hai esaurito il tuo talento. M’hanno detto.

E tu c’hai creduto?

Certo, altrimenti perché me l’avrebbero detto?

Povera sprovveduta! Non ti rendi conto che il tuo talento, per quanto di poco conto, quei due ricconi ben vestiti (si fa per dire) in realtà te l’hanno rubato? E quando a loro non serviva più, senza nemmeno batter ciglio, ti hanno dato il benservito. Non un grazie, nemmeno una pacca sulla spalla solo un calcio in culo e via andare!, cara fanciulla.

Ma guarda con chi sono capitato! Penso. Questa c’ha davvero il cervello d’un neonato.

Mi volete spiegare una buona volta di che parlate?

A questo punto interviene spazientito il mio angelo custode che di queste cose evidentemente è all’oscuro visto che non aveva capito niente. Teresa solo allora s’accorge della sua presenza (e dire che con quelle ali si fa notare!) e con un fare strafottente

Tu chi sei? Che ci fai qua? Gli chiede. Perché ti sei messo sulle spalle quelle buffe ali?

Quello si gira indietro per vedere se la domanda è rivolta al suo cospetto e non a qualche altro angioletto di più bell’aspetto, poi torna a guardarla in silenzio ma… il suo sguardo si ferma all’altezza del sodo petto. Anche lui, smentendo così la sua natura di angelo celeste, è attratto da quelle tette che sballonzolano libere nel vento dimostrando così, se ancora ce ne fosse stato bisogno, d’essere solo un impostore da fiera di paese.

Allora? Mi vuoi dire chi sei? Insiste Teresa, sempre più indispettita.

Ma Carletto non ha il tempo di rispondere perché

Stai attenta, scimunita! Gli urla all’improvviso una carpa arcipanciuta che era finita nel setaccio.

Quella fanciulla con le tette al vento, penso, avrà pur perso il suo talento ma devo dire  che ci sa fare a pigliare tutti nella sua rete, che sia uomo o animale.

Rimettimi in acqua che non riesco a respirare! Urla la carpa.

Teresa che tutti chiamano Tesoro allora fa un salto all’indietro dallo spavento, aaah!, lancia in alto il suo setaccio e gira la testa controvento. La carpa, finalmente tornata nel suo elemento, sbatte la coda e così può ricominciare a  respirare. Si mantiene, però, a pelo d’acqua, fa un giro intorno alle nostre gambe e, come niente sia, boccheggiando dice

Che ci fate a casa mia?

Ma quel pesce puzzolente parla!

Urla allora Teresa sempre di più in preda alla paura e turandosi il naso con le dita. Evidentemente il puzzo di pesce non lo sopporta. Io, a questo punto, con uno sguardo sospettoso, volto lentamente lo sguardo verso il mio angelo custode e minaccioso

Conosci anche la lingua dei pesci? Gli domando.

E quello, senza alcun ritegno

Beh, si… te l’ho detto che ho viaggiato molto.

E anche stavolta fai il ventriloquo?

Che altro potrei fare? Se no come capireste quello che ha da dire quella carpa che, con suo grande compiacimento, è tornata, libera, a nuotare nel suo elemento?

Già, che gliel’ho domandato a fare! Commento.

Via, via, lontana da me, bestia schifosa! Alè! E voi fate qualcosa! Continua ad urlare Teresa.

Smettila, cretina! Le intimo, allora. Che vuoi che ti faccia una carpa indifesa seppur arcipanciuta e con una certa parlantina?

A causa del mio rimbrotto quella si calma un po’ ma continua a turarsi il naso con le mani.

Perché non ti sei ribellata?

Domanda, all’improvviso, la carpa fregandosene altamente della paura di cui è preda la pulzella col setaccio. Anzi, a dir la verità, fa anche la faccia incazzata e, scommetto, se avesse le dita gli punterebbe contro l’indice in segno d’accusa.

Anche tu? Esclamo. Ancora? La solita domanda! Prima il cane spelacchiato, poi la ranocchia saltellante adesso un pesce arcipanciuto?

E rivolto all’angioletto

Mmm… Non me la conti giusta, saltimbanco! Questo fatto mi puzza assai e certo non di pesce.

Io che c’entro? Risponde quello. Io sono solo la sua voce, traduco le parole.

Sarà! Commento ma non convinto.

E lui continua

Io non c’avrò capito niente ma a me pare che adesso quel pesce molto sapiente c’ha tutte le ragioni.

Tu taci! Non ho bisogno che difenda le mie ragioni.

Gli risponde la carpa in un modo assai sgarbato.

Scusa, scusa ma…

Per stavolta accetto le tue scuse ma adesso parlo io, quindi non mi scocciare. Allora?

La carpa torna a sollecitare una risposta da Teresa. Questa, sempre col naso turato, risponde

Perché mai avrei dovuto ribellarmi? A me piaceva quella vita, era la mia massima aspirazione. E anche i due ricconi ben vestiti, seppur non ricambiata come alla fine ho capito, io li ho tanto amati. Volevo essere come loro.

Ma pensa! Penso.

Adesso invece, continua Teresa, sono costretta a mischiarmi con tanta gente di bassa lega.

Oh puttanella, non ti permettere! Magari tu fossi come loro. Gli inveisce contro l’angelo custode non capendo che quegli epiteti erano soprattutto rivolti a loro. Che c’hai contro la gente normale? Riprende.

Puzza. Gli risponde Teresa. Di sudore, di cipolla, di formaggio andato a male… Puzza di vecchio e non la riesco a sopportare.

Ma senti questa! Dico rivolgendomi al mio compare.

E quella continua

Io voglio essere alla moda, ben vestita e profumata e a quella gente non ho niente da dire, tiè!

Avete capito la signorina?

Dice la carpa con la testa fuori dall’acqua.

Che sgualdrina!

E allora che facciamo? Chiede il saltimbanco.

Che vuoi fare? Gli rispondo.

Vediamo… La mandiamo in un campo di rieducazione?

Mmm… Forse stavolta hai ragione. Risponde la carpa dopo averci pensato un pò.

Dove? Campo di rieducazione? Vi siete impazziti? Ma che dite?

Mbèh, che c’è di strano? Mi dicono, stupiti delle mie parole, impegnandosi tutti e due in un falsetto.

Se è necessario… insistono.

Basta, io me ne vado, non vi reggo più. Allora dico. M’avete stancato con questi sterili discorsi. Sulla strada m’aspetta la mia due cavalli dagli occhi belli che, scommetto, sarà stata anche un po’ gelosa.

Dove vai? Teresa da lontano mi richiama.

Che te ne frega? Comunque, per tua conoscenza, vado al mare.

Al Mare?

Certo.

Portami con te.

Ma non devi cercare il tuo talento?

Si ma…

Intanto fa gli occhi languidi.

Non dicevi che con noi non ti volevi mischiare?

È vero ma…

E mi fa l’occhiolino malandrino.

Con me non attacca, Tesoro. Le rispondo.

Ma lei a quel punto si alza in verticale, si toglie la maglietta dalle maniche corte d’un colore che meglio la morte, mi mostra per benino le sue tette, mette una mano sul cuore e dice

Facciamo all’amore?

La carpa di fronte a tanto spettacolo si mette una pinna davanti agli occhi e, con un colpo di coda, s’immerge nell’acqua e se ne va da un’altra parte. A sua memoria rimane solamente una scia bianca che risale la corrente. Ed io

Con uno stronzo come me?

Rispondo a Teresa, con un pò di risentimento. E non aggiungendo altro, giro il culo per raggiungere l’autostrada dove mi aspetta la mia bella macchinetta. Quando…

Vengo io! Le grida l’angelo custode.

Ma guarda questo! Gli risponde Teresa che tutti chiamano Tesoro. E tu chi sei? Che vuoi? Chi ti ha interpellato? Credi che possa andare a letto con un buffone con le ali?

Carletto ci rimane, a dir poco, male e allora

Tu non sai chi sono io! Le urla contro.

Eeeh… Chi sarai mai? Con quella barba, con quei capelli lunghi che fanno schifo e quelle ridicole ali attaccate con lo spago mi sembri un uomo spuntato dai secoli passati.

E mbèh? Che c’è che non va?

Non voglio avere niente a che fare con te, io sono gggiovane e moderna, amo la velocità e davanti a me ho un futuro che sicuramente sarà  radioso.

Allora l’Angelo, preso da un attacco di megalomania, stizzito, le risponde

Fai come ti pare, ma te ne accorgerai, io diventerò famoso e ribalterò il mondo con un dito, vedrai.

Chissenefrega!

Ah, si? Te ne pentirai.

Sei per caso uno stilita? No? Un capitano d’azienda? Un capitalista? E allora pussa via vecchio rincoglionito!

Il saltimbanco di nuovo ci rimane di merda e, senza dire una parola, si volta e mi segue nel cammino che mi porta dalla mia bella macchinetta. Teresa poi torna a guardarmi e mi grida dietro insulti ed improperi, s’agita, si sbraccia, fa il gesto dell’ombrello. E quando vede che non ottiene risultati, riprende il suo setaccio e si rimette a cercare nell’acqua bassa. Quando guardo dall’alto dell’autostrada, Teresa sta ancora cercando il suo talento tutta nuda in mezzo al fiume con l’acqua che le arriva alle ginocchia. Della carpa, in vero, non ho più notizie. Se ne sarà andata a rompere i coglioni a qualcun altro che lungo il fiume sta cercando col setaccio quello che ha perduto.